Veneto | Il commento di Claudio Lupo al convegno “PFAS nelle acque e nel suolo pedemontano vicentino”

Sabato 7 febbraio 2026 ero presente al convegno “PFAS nelle acque e nel suolo pedemontano vicentino. Le gallerie della Superstrada Pedemontana Veneta e il loro impatto ambientale”, che si è svolto a Marano Vicentino, con il patrocinio del comune ed organizzato da Acqua Bene Comune, in collaborazione con Rete Zero PFAS Veneto, Forum italiano dei Movimenti per l’acqua, Comitato consultivo utenti del Consiglio di Bacino Bacchiglione, Comitato Tuteliamo la Salute e Coordinamento Tutela Territorio Breganze. Introducendo e descrivendo la situazione attuale Filippo Canova, dell’associazione Acqua Bene Comune, ha presentato i relatori: Renzo Segato, Presidente di Consiglio di Bacino Bacchiglione, Francesco Corvetti, direttore generale di Consiglio di Bacino Bacchiglione, Claudia Marcolungo, docente di Diritto Ambientale Unipd, Lorenzo Altissimo, ex dirigente del centro idrico di Novoledo. Presenti assieme a me fra il pubblico appartenenti a tutte le sigle che hanno aderito e altre da sempre attive nel mondo dell’ambientalismo sul problema delle sostanze pfas e in generale sull’inquinamento del territorio vicentino, come ISDE medici per l’ambiente, Greenpeace, Medicina Democratica, Il mondo di Irene e anche alcuni docenti di scuole incontrati in questi anni, a testimonianza dell’ottimo lavoro svolto dal gruppo Acqua Bene Comune.

Interessante il bilancio di questo incontro, non tanto per alcuni dati ormai conosciuti sulle caratteristiche della grande famiglia di queste sostanze (PFAS), sulla loro pervasività, persistenza e ricadute sulla salute, quanto per aver centrato l’attenzione su una di esse, il PFBA, sulla SPV (Pedemontana Veneta) dopo il disastro della MITENI, su alcuni dati, che fanno capire l’enormità del problema, su cronologie storiche e scientifiche, che proiettano ombre sul tempo trascorso da quando in realtà già si conoscevano effetti e conseguenti rischi non applicando il principio di precauzione. Partendo dall’introduzione di Filippo Canova, dell’associazione Acqua Bene Comune ci viene ricordato un dato che da solo dovrebbe farci riflettere quanto a distruzione o perlomeno grave alterazione del territorio: dai lavori nelle gallerie per la costruzione di quest’opera sono stati estratti 7 milioni di metri cubi di rocce da scavo e materiali di risulta; circa la metà sono stati usati per riempire le carreggiate dell’infrastruttura, una parte sono stati messi a dimora per riempire le ex cave di argilla, mentre un ultimo quantitativo è stato stoccato in cave dismesse o attive nel territorio che va da Sarcedo ad Arzignano. Ciò potrebbe anche essere tollerato se l’opera fosse necessaria (anche per costruire un edificio si scava e si asporta terra), se non ci fosse un particolare, la roccia da scavo è stata contaminata dal materiale usato nella costruzione della galleria stessa, attraverso la tecnica spritz beton, quindi calcestruzzo e acceleranti, appunto PFBA. Secondo lo Studio di Impatto Ambientale (SIA) della Spv che la Regione Veneto ha commissionato alla Sinergeo (firmato l’11.8.2025), “la popolazione potenzialmente esposta ammonta nel complesso a ca 125.000 persone”: probabili persone esposte ai PFBA che sono stati rilevati nelle acque di dilavamento dalla galleria (https://va.mite.gov.it/File/Documento/1316059). Renzo Segato, presidente del Consiglio di Bacino Bacchiglione, ha descritto le aree di competenza e le mansioni dell’ente, costituito da 134 comuni, distribuiti tra la provincia di Padova, quella di Vicenza e di Venezia.La gestione del servizio idrico integrato è affidata a tre gestori – Acque venete S.p.A., AcegasApsAmga S.p.A. e Viacqua S.p.A., che devono garantire adeguati standard qualitativi. Ha ricordato che ad agosto sono state approvate le nuove zone di salvaguardia dei pozzi idropotabili di Dueville e Villaverla, dopo superamento delle perplessità emerse durante un’assemblea dei sindaci. Perplessità dovuta anche al fatto che la Regione Veneto non ha ancora dettato le linee guida per quanto riguarda le zone di salvaguardia. Nota positiva è l’impegno a tutelare la risorsa idrica a favore delle future generazioni, anche in relazione ai possibili impatti dei cambiamenti climatici in corso, attraverso interventi che mirano a garantire la sicurezza dell’acqua potabile e la sua qualità. Francesco Corvetti, ingegnere e direttore generale di Consiglio di Bacino Bacchiglione, ha condiviso note tecniche sul progetto triennale dedicato alle falde, con l’ausilio dei dati raccolti dal Centro idrico di Novoledo, per conoscerle meglio e grazie anche alle nuove tecnologie poter in futuro prevenire possibili contaminazioni. Ha illustrato la vastità di ambito che gestisce 100 pozzi e 300 sorgenti e sta lavorando per predisporre le aree di salvaguardia oltre la gestione di un piano di sicurezza delle acque, a partire dal punto di prelievo (pozzo o sorgente) fino ad arrivare al rubinetto di casa, mettendo in atto azioni di continuo controllo e tutela. Il progetto per predisporre tutte le aree di salvaguardia è iniziato nel 2020 in previsione di essere completato entro il 2028 per un totale di 6 lotti di cui 2 lotti già completati.

Visione scientifica e legislativa affrontate da Claudia Marcolungo, docente di Diritto Ambientale all’Università degli Studi di Padova, che ha chiarito come la molecola PFBA non sia classificata come le altre sostanze ma sia in fase di “preregistrazione”, sottolineando che ciò non significa che il PFBA non debba sollevare preoccupazioni, perché come tutti i PFAS ha un carattere di persistenza nell’ambiente, tanto è vero che per alcune comunità scientifiche questa caratteristica potrebbe di per sé inquadrarla come molecola pericolosa. Ciò detto per sottolineare che il PFBA si trova in questa particolare situazione di regolamentazione “parziale” e la necessità di ottenere ancora risultati e soprattutto conoscenze sui valori di fondo di questa sostanza nelle matrici per intercettare eventuali anomalie. Marcolungo considera l’anno 2006 come data interessante, perché in quell’anno abbiamo non solo il parere di una commissione che si occupava di queste infrastrutture e produce una serie di dispositivi, ma è anche lo stesso anno in cui c’è il parere del CIPE (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica) che sostanzialmente dà il via a quella che sarà poi la Pedemontana. Ricorda come sempre nel 2006, in presenza di un vuoto normativo, viene approvato il dlgs 152 (chiamato anche Codice dell’Ambiente) ed è anche l’anno in cui la Direttiva 2006/122/CE avverte che il PFOS è una sostanza che desta preoccupazione ed è pericolosa (http://data.europa.eu/eli/dir/2006/122/oj) e il Parlamento europeo dunque interviene per modificare le disposizioni legislative, regolamentari e amministrative degli Stati membri relative alle restrizioni in materia di immissione sul mercato e di uso di talune sostanze e preparati pericolosi (perfluorottano sulfonati) ma richiama l’attenzione anche al PFOA che potrebbe essere altrettanto. Quindi pur essendo tutto in evoluzione è pur vero che c’erano delle indicazioni su cui riflettere. Inoltre è anche l’anno in cui viene approvata la normativa sulle acque sotterranee, importante perché si sviluppa lungo tre assi che sono proprio quelle su cui si sono ritenute le maggiori criticità e vengono date specifiche prescrizioni, cioè le terre e rocce di scavo (dettagliare e quantificare), i siti di deposito e stoccaggio (ricognizione cave e discariche) e i pozzi ed acquiferi destinati al consumo umano più le zone di rispetto

Nel 2013 poi emerge in tutta la sua nota gravità il caso della Miteni che si auto-denuncia e inizia l’attività di ARPAV e dei Gestori, prescrivendo anche l’inizio della caratterizzazione delle terre per predisporre un piano di gestione dei rifiuti, anche se ciò fino al 2019 sarà ancora incompleto. In una situazione sicuramente complessa, in cui anche la ricerca richiede i suoi tempi e risorse, c’erano però stati segnali di allerta, ponendo attenzione giuridica alla necessità di salvaguardia delle acque, purtroppo scarsamente recepiti. Le criticità sono evidenti sia per una progressiva gravità del contesto, per la complessità del quadro e delle matrici impattate, per set di dati disponibili spesso non adeguato, ma anche per implementazione dei monitoraggi agli scarichi o per prassi delle autorizzazioni e delle deroghe, per citarne alcune. Ci troviamo in una situazione in cui il carico ambientale non può aumentare, mentre tra il 2017 e il 2020 si sono aggiunte altre situazioni critiche e ci troviamo tra vulnerabilità e pressioni antropiche, un quadro che non può essere aggravato ulteriormente e in particolare andrebbero attenzionate alcune zone critiche, Thiene, Sarcedo, Breganze, Maragnole, ma anche Bassano, Montecchio Maggiore, Creazzo, Legnago, Verona per citarne alcune. Considerando i molti punti dolenti fra cui disciplina delle terre e rocce da scavo, ritardi attuativi degli enti, livello ministeriale debole, debolezza del sistema di responsabilità ambientale, “mito” dell’economia circolare oggi afferma Claudia Marcolungo dobbiamo puntare ad analisi dinamiche di diffusione, monitoraggio dei corsi d’acqua e irriguo (per cui servono risorse economiche ed umane), assesment siti deposito e matrici, riduzione fonti di pressione, tracciabilità TRS e rifiuti, capitolati più rigorosi per PFAS, riesami e rinnovi AlA ad hoc, maggior carico di dati per le imprese, politica eco-industriale e bonifiche, potenziamento risorse per controllo, messa a regime sistemi di tutela e AdS, assunzione di responsabilità, centralità e rilevanza del focus territoriale. Serve semplificare le norme ed in attesa di definire le aree di salvaguardia iniziare a pensare ad una politica anche economica rispettosa dell’ambiente e dei territori.

Lorenzo Altissimo, ex dirigente del centro idrico di Novoledo, esordisce affermando che viviamo in un territorio fortemente antropizzato, consumato, dove le risorse sono esaurite e purtroppo gli episodi che vediamo ogni tanto riaffiorare sono una sconfitta della tutela dell’ambiente e del territorio. Ricorda come il 90% delle acque potabili in Veneto, ricchissimo di acqua, provenga da acque sotterranee (67,1% da pozzi e 23,5% da sorgenti). Le falde della media-alta Pianura Veneta sono una fonte non sostituibile per l’approvvigionamento idropotabile di centinaia di migliaia di abitanti del Veneto, senza questa dovremmo ricorrere ad acqua “industriale”, potabilizzata, in bottiglia. Su quel 67/70 % di territorio sotto il quale scorre l’acqua noi viviamo e facciamo tutte le nostre attività, compresi gli scarichi e per questo la Regione Veneto afferma che gli acquiferi vanno tutelati e quindi esiste un Piano di Risanamento delle acque, un Piano di Tutela delle acque, ma visti risultati che si continuano a vedere probabilmente questi piani valgono poco. Quasi tutti i pozzi dei vari gestori sono trattati con filtri a carboni attivi. Episodi di inquinamento delle acque si sono verificati anche in passato, il primo caso fu quello negli anni ’70 da cromo esavalente a Tezze sul Brenta e la cui bonifica è iniziata l’anno scorso. Poi negli anni ‘70/’80 quelli da solventi clorurati, nel’77 da benzotrifluoruri (RIMAR) e poi altri sempre da cromo e solventi e da ultimo nel 2013 la MITENI (iniziato in realtà negli anni ’60, per cui sono 22 i casi segnalati fino ad oggi nel vicentino. L’acquifero di Dueville è il secondo di importanza, quello di Almisano è perso per decenni (è trattato con filtri ed il prelievo è stato dimezzato a 250l/sec). Accenna alla politica delle diversificazioni delle fonti da sempre attuata per sicurezza di gestione, al PFBA e ai limiti nelle acque, precisando che di solito negli anni si sono sempre abbassati (riconoscendone dunque l’ulteriore tossicità) ed ai limiti di quantificazione dei laboratori, nonché alla rete di laboratori dei gestori. Afferma che la presenza in ambiente del PFBADall’alto la falda a ovest della provincia è già compromessa e l’uso degli acceleranti di presa nelle galleria della SPV ha provocato un’ulteriore fonte di contaminazione con i PFBA” proviene dagli acceleranti di presa per cementi da scavo da roccia e da deposito in cave/discariche autorizzate dalla Regione Veneto. Accenna ai limiti di scarico e al fatto che essi devono rientrare fra i limiti di potabilità (100 ng/litro come somma). Questi acquiferi da decenni sono sottoposti ad un intenso sfruttamento, un utilizzo che è al di sopra della soglia di sostenibilità tanto che i livelli di falda si abbassano ed è diminuita la portata media delle risorgive, questo è un segnale molto preoccupante e conferma che il territorio è molto compromesso, dall’aria, al sottosuolo, al consumo di suolo e cementificazione. Infine, c’è la possibilità di attivare un nuovo strumento che sono le aree di salvaguardia, ma speriamo non sia un’arma spuntata. O tuteliamo le fonti e mettiamo al primo posto la tutela del territorio e dell’acqua che beviamo e li mettiamo davanti agli interessi economici altrimenti se prevalgono gli interessi economici si danno deroghe, prescrizioni, così anche adottando non più un criterio geometrico bensì idrogeologico alle aree di salvaguardia si rischia di non applicarlo correttamente per esempio nel caso di attività preesistenti dovendo decidere quali criteri adottare nei confronti della tipologia di quelle attività ed è la Regione che deve assumersi la responsabilità. Secondo Altissimo è necessario che sia cambiata la politica di gestione del territorio per poter evitare ulteriori casi in futuro.

Fra le rappresentanze politiche presenti Chiara Luisetto ha affermato che, in attesa della data della Conferenza dei Servizi sulla decisione definitiva per il progetto Silva, è necessario accelerare la questione delle aree di salvaguardia. Tutte le parti politiche presenti o in remoto (Cristina Guarda) hanno riconosciuto ed apprezzato il lavoro della società civile e Sara Baldinato, assessora all’Ambiente del Comune di Vicenza, ha fatto un appello a coinvolgere i giovani per renderli consapevoli sulla situazione del Veneto, mi domando dove erano costoro in questi otto anni da quando andiamo nelle scuole ad incontrare le future generazioni per sensibilizzarli ed informarli, spesso non aiutati se non ostacolati in questa attività ed ho chiesto ai presenti se ritengono che non sia giunto il momento, visto che i cittadini sono anche persone politiche che dal basso difendono i beni comuni ed i diritti umani, oltre che elogiarli di farli finalmente sedere assieme al tavolo dei decisori per realizzare una politica ed una giustizia partecipate.

Claudio Lupo medico ISDE

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