STOP PFAS FORUM – Bruxelles 03-06 marzo 2026. Perché chiediamo Zero Pfas

Produzione/Industrie
Ogni anno vengono immesse sul mercato nuove molecole chimiche; nel caso dei PFAS, le sostanze
appartenenti alla classe superano oggi le 10.000 unità. Una volta utilizzate nei processi industriali o
nei prodotti di consumo, molte di queste sostanze entrano nell’ambiente ed essendo persistenti, si
accumulano in aria, acqua, suolo, fauna e nell’organismo umano. Le sostituzioni con molecole a
catena corta non si sono rivelate più sicure. Tutte le molecole con legame fluoro-carbonio sono
diicili da eliminare, perché la loro stabilità chimica è legata alla stessa struttura di base. Comunque,
quando si riesce a dimostrare con certezza la tossicità di una molecola, e spesso ci vogliono anni, la
diusione ambientale è già avvenuta, il bioaccumulo è avanzato e la bonifica diventa complessa e
costosa.
Cosa fare?
A. Applicare realmente il principio di precauzione
L’art. 191 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea stabilisce che la politica ambientale
dell’UE si fonda sul principio di precauzione.
Ciò significa che, in presenza di ragionevoli indicazioni di rischio e di incertezza scientifica, le sostanze
non dovrebbero essere immesse sul mercato fino a quando non sia dimostrata la loro sicurezza. Non
si devono attendere i danni evidenti per l’eliminazione delle molecole dal mercato. Il principio
secondo cui è preferibile prevenire piuttosto che curare assume, in medicina ambientale, un valore
strategico. La mancata applicazione della prevenzione primaria non produce solo danni sanitari, ma
causa anche un aumento rilevante dei costi economici, diretti e indiretti, legati alla gestione delle
patologie croniche e alle conseguenze ambientali.
B. Serve una valutazione preventiva strutturata
Tutte le sostanze chimiche devono essere sottoposte a una valutazione preventiva rigorosa e
proporzionata al loro profilo di rischio, con un onere della prova chiaro a carico del produttore. Per le
molecole persistenti, bioaccumulabili e tossiche (PBT), tanto quanto per quelle PMT (Persistenti,
mobili e tossiche) come molti PFAS, la soglia di accettabilità deve essere ancora più rigorosa. Prima
dell’immissione sul mercato tutte le sostanze chimiche inventate dall’uomo dovrebbero essere
sottoposte a: studi tossicologici completi, valutazione di persistenza ambientale (es. biodegradabilità,
mobilità, persistenza), valutazione del potenziale di bioaccumulo, studi per valutare l’interferenza
endocrina, la mutagenicità, la genotossicità, la tossicità riproduttiva e la valutazione del destino
ambientale a lungo termine. Sono necessari maggiori controlli su quanto viene eettivamente
studiato e dichiarato da parte delle aziende all’Agenzia europea per le sostanze chimiche (ECHA) ai
sensi del regolamento REACH (Registrazione, Valutazione, Autorizzazione e Restrizione delle sostanze
chimiche).
C. Necessità di disporre di standard analitici
Il fatto che una sostanza sia inserita nel regolamento REACH non significa automaticamente che sia
facile o possibile misurarla con precisione nell’acqua, nel suolo o nel sangue. Per poterla misurare
servono metodi aidabili, strumenti adeguati e standard di laboratorio specifici.
In molti casi, soprattutto per sostanze come i PFAS, oggi siamo in grado di identificare e quantificare
solo una piccola parte delle molecole realmente presenti. L’agenzia americana per l’ambiente (EPA)
sostiene che meno dell’1% è realmente noto e misurabile. Questo significa che ciò che viene misurato
non rappresenta l’intera esposizione reale ma solo una minima parte!
Le aziende devono mettere a disposizione delle autorità di controllo gli standard analitici necessari
per identificare e misurare le sostanze che producono o utilizzano, prevedendo modalità che tutelino
eventuali segreti industriali. Solo in questo modo le autorità possono eettuare controlli reali
sull’ambiente, sul biomonitoraggio e sul rispetto delle autorizzazioni. Senza standard analitici, il
controllo è impossibile!
D. Adottare processi di chimica verde
La cosiddetta chimica verde “Green Chemistry” si basa essenzialmente sullo studio e sul disegno di
processi e prodotti che siano ecosostenibili e poco tossici per l’uomo e per l’ambiente. Un processo
chimico verde è progettato da zero per avere un impatto minimo sull’ambiente, cioè previene e riduce
all’origine la necessità di smaltire sostanze tossiche. Un processo chimico verde è “benigno per
progetto”, cioè il rispetto dell’ambiente è una caratteristica imprescindibile del processo di
produzione. Fare chimica verde non è solo positivo per l’ambiente, ma rende i progetti produttivi più
redditizi.
E. Produzione a circuito chiuso
Nel caso in cui superassero l’iter di valutazione delle sostanze progettate, le aziende dovrebbero
adottare un sistema a circuito chiuso, finalizzato a ridurre al minimo gli scarti e a riutilizzare le risorse
all’interno dello stesso ciclo produttivo. In questi sistemi l’acqua, i materiali e i sottoprodotti vengono
recuperati, rigenerati e reinseriti nel processo, evitando dispersioni nell’ambiente, non prima tuttavia
di aver verificato che quanto viene reimpiegato non presenti profili di pericolosità.
F. Trasparenza e tracciabilità
Ogni azienda dovrebbe dichiarare: a chi vende la sostanza, in quali applicazioni viene utilizzata, in
quali prodotti finisce. La tracciabilità è fondamentale per gestire il ciclo di vita della sostanza dalla sua
produzione allo smaltimento e per intervenire in caso di contaminazione.
G. Responsabilità economica e riconversione
Le bonifiche ambientali, la realizzazione di nuovi sistemi di filtrazione, i costi sanitari, agricoli e di
gestione dei rifiuti comportano spese enormi. Secondo una stima della Direzione Generale Ambiente
della Commissione Europea (29 gennaio 2026), se l’attuale livello di inquinamento da PFAS dovesse
proseguire senza ulteriori interventi, il costo cumulativo per l’Unione Europea potrebbe raggiungere
circa 440 miliardi di euro entro il 2050. Già ora l’inquinamento è tale che se non si interviene con
urgenza ed eicacia lasceremo una eredità tossica alle generazioni future. È chiaro che i danni
ambientali e sanitari si ripercuotono in termini economici sui governi e su ogni cittadino. Per tale
motivo la produzione è svantaggiosa per tutti. Se si prendessero misure immediate di contenimento
del danno, tutti questi costi diminuirebbero e la quota risparmiata dovrebbe essere investita per
aiutare le aziende stesse a intraprendere una riconversione tecnologica, alla ricerca di percorsi
innovativi per alternative sicure, al supporto alle imprese che abbandonano la produzione e l’utilizzo
dei PFAS.
H. Etichettatura
Ogni prodotto dovrebbe indicare chiaramente se contiene PFAS, quale tipo di PFAS, in quale quantità.
Questo per garantire trasparenza e informazione ai cittadini. Inoltre, dovrebbero essere previsti
dettagliati oneri informativi e obblighi di tracciabilità per ogni sostanza chimica prodotta e
commercializzata, indipendentemente dal tonnellaggio della produzione.
I prodotti contenenti PFAS dovrebbero riportare la presenza della sostanza o della classe, la sua
funzione tecnologica, indispensabile per comprendere l’essenzialità dell’uso, la quantità.
Il consumatore può scegliere di proteggere la propria salute solo se conosce con chiarezza cosa
contiene un prodotto. Senza un’etichettatura completa, la scelta non è realmente libera né
consapevole.

RIFIUTI
Anche se la produzione si arrestasse oggi, dopo oltre mezzo secolo di sversamento in ambiente e di
pervasività nelle produzioni, rimarrebbe il problema dei prodotti già in circolazione e del loro fine vita.
Il ciclo del rifiuto PFAS rappresenta un “circolo vizioso” dove essi non scompaiono, ma si spostano da
un comparto ambientale all’altro, rientrando continuamente nel ciclo ambientale.
DISCARICHE: i prodotti contaminati generano percolato che può inquinare suolo, corpi idrici
superficiali e falde. Il trattamento del percolato e delle acque contaminate richiede tecnologie
avanzate e crea fanghi e filtri esausti arricchiti in PFAS, altrettanto diicili da smaltire.
INCENERIMENTO: Le tecnologie progettate per la degradazione dei PFAS non sono eicienti. La
distruzione completa di molte molecole PFAS richiede temperature elevate e condizioni controllate.
Gli impianti di incenerimento attualmente in funzione non operano alle temperature necessarie per la
completa degradazione (per alcuni PFAS occorrono fino a 1400 °C). In assenza delle condizioni
ottimali, è possibile la formazione di sottoprodotti, nuove molecole, residui. Le molecole volatili
finiscono in aria, una quota rilevante finisce nelle ceneri e torna in discarica, questa volta per rifiuti
speciali.
Per cui le molecole si disperdono nell’aria, nelle ceneri, nel suolo.
DELOCALIZZAZIONE PRODUTTIVA
Spostare la produzione fuori dall’Unione Europea e poi reimportare prodotti che contengono PFAS non
risolve il problema, lo sposta soltanto in un altro Paese. Inoltre, i prodotti che contengono PFAS sono
essi stessi una fonte di contaminazione: durante l’uso possono rilasciare sostanze e, a fine vita,
diventano rifiuti che continuano a inquinare. Anche se si riduce la contaminazione legata al processo
industriale, resta quella legata ai prodotti in circolazione.

EFFETTI SUI BAMBINI
I bambini rappresentano una popolazione particolarmente vulnerabile. Nei bambini l’esposizione ai
PFAS richiede un’attenzione particolare perché inizia già prima della nascita, durante la gravidanza. I
primi anni di vita rappresentano una fase di grande vulnerabilità biologica, in cui organi e sistemi sono
ancora in formazione. Inoltre, durante la crescita, i bambini assumono proporzionalmente più acqua,
cibo e aria rispetto al loro peso corporeo, e questo favorisce un accumulo maggiore nel tempo. Per
questo l’esposizione cumulativa nell’infanzia può avere conseguenze più rilevanti sulla salute dei
futuri adulti. A questo si aggiunge il fatto che i limiti previsti dagli enti regolatori non sono stabiliti per
proteggere la salute, ma sono compromessi regolatori che tengono conto anche della disponibilità di
standard analitici e della possibilità concreta di far rispettare il limite nella realtà tecnica ed
economica.
L’EFSA ha stabilito per alcuni PFAS una Dose Settimanale Tollerabile (TWI) di 4,4 ng/kg di peso
corporeo/settimana. Ciò significa che La TWI di un bambino di 20 kg sarebbe 88 ng/settimana.
Se il bambino consuma un’acqua potabile contenente 100 ng/L (valore massimo consentito per la
somma di 30 PFAS secondo la direttiva europea), il consumo di 1 litro al giorno comporterebbe
l’ingestione di 700 ng/settimana. Un valore che supera ampiamente la TWI calcolata per quel peso
corporeo. Se poi si considera che molti altri alimenti contengono PFAS e che esistono altre molteplici
fonti di esposizione, non è diicile immaginare il rischio cui sono esposti i più piccoli.
Ricordiamo che la Risoluzione ONU 48/13 dell’8/10/2021 sancisce il diritto di ogni persona a godere di
un ambiente pulito, sano e sostenibile. Calpestare tale diritto comporta la violazione di altri diritti
essenziali come quello della salute.


