Veneto | Il contributo del dott. Claudio Lupo a 10 anni dalla Marcia dei Pfiori

A dieci anni dalla Marcia dei Pfiori.

La Marcia dei Pfiori. Foto Alberto Massignan

Scrivo questo mio piccolo contributo cogliendo la memoria storica che Alberto Peruffo ci ha offerto del maggio di dieci anni fa. Scrive Alberto: “esattamente l’8 maggio 2016, con la 1a Marcia dei Pfiori, inizia la mobilitazione No Pfas che ha segnato – nel bene e nel male – il destino delle nostre valli. E non solo. Mettendo in discussione la chimica industriale multinazionale coperta dalle istituzioni e dalla politica economica, a tutti i livelli e sotto molteplici aspetti/utilizzi, da quelli domestico-civili a quelli infrastrutturali-militari.”

Ma anche raccogliendo il suggerimento rivoltomi da Marzia Albiero a scrivere una riflessione. Scrive Marzia: “Che Associazioni come Cillsa e ReteGas Vicentina si stanno organizzando per una filiera controllata di cibo in certi settori. Ma diventano filiere di nicchia. Mentre la maggior parte della popolazione resta fuori da un minimo di controllo nell’ assunzione di cibo contaminato quotidiano. E si creano inevitabilmente differenze sociali. Per colpa di UNA REGIONE CHE NON PUBBLICA.”

Dieci anni trascorsi a studiare, relazionarsi, condividere, creare, opporsi, denunciare e sembra sempre poco quello che si fa e il tempo scorre. Qualcuno non c’è più ma esiste la memoria. Bel mese maggio.

Foto AA.VV.

Dunque spero di fornire almeno qualche piccolo spunto o ispirare qualche sentimento.

Qualche anno fa, la sera del 17 maggio 2022, fui invitato personalmente da un’amica insegnante alla scuola serale per lavoratori di Arzignano (CPIA) nell’ambito di un progetto sulla “SOSTENIBILITÁ COME STILE DI VITA” per dialogare con gli studenti lavoratori ed affrontare il tema “PFAS e inquinamento del territorio locale”. In quella scuola, come in altre scuole serali della provincia, ci sono poi ritornato negli anni successivi, anche quest’anno, con il progetto scuola del Movimento NoPfas. Ma quella prima volta mi insegnò molto.

Avevo di fronte studenti lavoratori che alle 19 di sera, dopo una giornata di lavoro, molti in fabbrica, avevano scelto assieme all’insegnante di approfondire un argomento di cui magari avevano sentito parlare, ma nessuno aveva ancora provato a chiarire loro l’importanza, la centralità in termini di salute individuale e collettiva, le responsabilità dei vari attori della situazione ambientale. Mi fecero ogni tipo di domanda e percepii il senso di impotenza, la fragilità della loro situazione e persino l’ansia che provocava l’illustrazione dell’inquinamento: bisognava spiegare con rigore, chiarire dubbi e preconcetti, controinformare e dare suggerimenti pratici, fornire stimoli positivi, offrire strumenti per costruire speranza nel futuro.

Ho una lunga esperienza di incontri pubblici e nelle scuole fin dagli anni ’90, occupandomi in particolare di questioni legate a fragilità, diversità, vittime delle guerre e minoranze. Quando si parla di guerre, di grandi inquinamenti, di catastrofi naturali, di grandi opere imposte dal “progresso”, oppure di estese fascie di persone, disabili, immigrati, poveri, sempre, inavvertitamente ma inevitabilmente, si osservano differenze sociali, c’è sempre qualcuno che, spesso non senza difficoltà, può fare qualcosa per difendersi, per sostenersi, per affrontare la realtà, qualche altro che è del tutto sprovvisto di mezzi per farlo, qualche altro ancora che è incapace di farlo, queste sono differenze ingiuste.

Poi ci sono differenze per cui c’è sempre anche chi, pur sensibile, non agisce, gli ignavi, chi difende i propri interessi personali, di casta, di privilegiati, gli egoisti, chi sfrutta la situazione a proprio vantaggio per il potere, gli oppressori, chi si oppone ciecamente sostenendo le proprie idee per ignoranza e credenze a prescindere dai fatti e dall’esperienza, i dogmatici.

Ebbene, nel mio sentire queste sono differenze non etiche, perché non rispettose di norme sociali, ambientali o professionali, dunque differenze asociali. Relativamente a queste ultime possiamo agire stimolando un cambiamento o sperare che si modifichino in condotte, in comportamenti, azioni o scelte conformi ai principi della morale, per esempio distinguendo il giusto dall’ingiusto. Invece per quanto riguarda le prime, quelle differenze ingiuste che si traducono in diseguaglianze sociali, possiamo fare molto.

Per esempio, per rimanere all’interno della questione degli “inquinanti eterni”, di cui tanto si parla, possiamo organizzare e suggerire filiere controllate di cibo, di suppellettili della quotinianità e informare sui diritti fondamentali della natura, di cui facciamo ahimè parte, visto che siamo gli unici artefici del suo costante squilibrio, per promuovere una crescente consapevolezza della loro inderogabile tutela. Ma fatto questo, dobbiamo prendere atto che rimane un’azione di nicchia, che permetterà solo ad alcuni di accedere a cibo sano, acqua salubre e oggetti meno impattanti sulla salute, se non è accompagnata da una forte pressione dal basso per condizionare la politica a scelte diverse e improcrastinabili, atte a garantire questi diritti alle future generazioni e in ultima analisi modificare o perlomeno attenuare l’evoluzione negativa dei cambiamenti climatici in corso.

Ogni volta che questi diritti vengono negati o impediti diventano comunque dei privilegi per pochi, magari solo per quelli più coscienti della responsabilità anche individuale di fare scelte etiche e sostenibili, ma pure la persona più disattenta al proprio ambiente e alla tutela del territorio ha quegli stessi diritti, e a maggior ragione tutte e tutti coloro che versano in condizioni di estrema fragilità. Purtroppo, per quanto si diffondano progressivamente ai nostri tempi, le pratiche virtuose che ognuno di noi può abbracciare e condividere rimangono relegate ad una una piccola parte di persone, la maggior parte della popolazione è esclusa da una preinformazione e da un controllo puntuale e generale che garantisca assenza di molte sostanze chimiche scientificamente dimostrate dannose, fra cui le pfas, e quindi continua ad assumere quotidianamente cibo contaminato.

Queste spesso sono proprio le persone più fragili, più sprovvedute, a basso, bassissimo o nullo reddito, in situazioni di isolamento o emarginazione, ma anche molta parte della popolazione pigra o restia ad affrontare la realtà in termini scientifici, di beni comuni e di collettività, che si affanna a concepire il pianeta come risorsa da sfruttare e da cui trarre singolari vantaggi. L’azione più importante rimane non infine ma in principio quella politica della contestazione, della denuncia diffusa, delle azioni di controinformazione, monitoraggio civico, segnalazioni fino ad organizzarsi in vertenze popolari, manifestazioni di dissenso che possano far valere i diritti umani e non umani per inquadrare finalmente la natura come soggetto, con propri diritti, in chiave antispecista.

Dobbiamo ristabilire un rapporto, come forse esiste ancora in alcune popolazioni native o in piccole comunità, di reciprocità del sistema vivente, non ci possono essere vantaggi di pochi, perché ecologia, giustizia e uguaglianza sociale sono sostanzialmente la stessa cosa. La natura ci sta avvertendo della nostra vulnerabilità, non è più tempo di distinzioni di specie, che abbiamo solo sfruttato portandoci ad avere vantaggi ma anche ad essere sempre più vulnerabili.

A questa vulnerabilità dobbiamo prestare attenzione e possiamo affrontarla in modo più idoneo anche adottando un codice affettivo diverso da quello maschile e padronale adottato fino ad ora, il codice materno, che è un codice di accoglienza, di ascolto e di mutualità. Il dia-logo, il discorso, la parola, il pensiero che procede attraverso gli scambi.

Adriano Favole in un suo contributo dal titolo “Le parole sono germogli. Per un nuovo lessico dell’ambiente” scrive: “Il titolo di questo contributo è ispirato a una frase che ebbi occasione di raccogliere nel corso di un’intervista, ormai più di vent’anni fa. Discutendo di tradizioni e cultura, Octave Togna, un attivista e uomo politico kanak (Nuova Caledonia, Oceania), mi disse che noi occidentali abbiamo spesso una visione statica, a volte passatista delle “altre” culture. Queste, al contrario, appaiono perlopiù in trasformazione e soprattutto proiettate verso il futuro. Per spiegarmi il concetto, Togna disse: “Quando un essere umano nasce, riceve all’interno della sua società un germoglio di parola e la sua missione consiste nel ricercare il resto del discorso”.”

Negli anni settanta del Novecento emerge in ambito ecologico il concetto di ecosistema, un tutto vivente dove ogni elemento svolge un ruolo indispensabile all’equilibrio dell’insieme, la natura ce lo insegna da tempo immemore, non crea differenze ingiuste, dobbiamo solo copiare, usando la nostra “intelligenza”.

Ora, oggi, a mio avviso non può essere dimostrazione di intelligenza dichiarare che le pfas devono continuare ad essere prodotte per usi essenziali nel settore militare, cioè produzione di armi di ogni tipo, comprese bombe e missili, per cui chi non perirà violentemente si ammalerà a causa degli effetti dannosi delle “sostanze chimiche eterne” di cui gli scenari di guerra saranno impregnati per decenni e inoltre ecosistemi, paesaggi, culture verranno cancellati dalla storia del mondo.

A proposito di questa mia ultima riflessione voglio chiudere riportando alcuni passaggi del bellissimo discorso fatto da Gino Strada, fondatore di Emergency, nel corso della cerimonia di consegna del “Premio Nobel Alternativo” nel 2015, perché le sue parole sono, anch’esse a distanza di oltre dieci anni, attualissime.

…“Mi è occorso del tempo per accettare l’idea che una “strategia di guerra” possa includere prassi come quella di inserire, tra gli obiettivi, i bambini e la mutilazione dei bambini del “paese nemico”. Ancora oggi per me quei bambini sono il simbolo vivente delle guerre contemporanee, una costante forma di terrorismo nei confronti dei civili.”

…“All’inizio del nuovo millennio, non vi sono diritti per tutti ma privilegi per pochi. La più aberrante, diffusa e costante violazione dei diritti umani è la guerra, in tutte le sue forme. Cancellando il diritto di vivere, la guerra nega tutti i diritti umani.”

…“È possibile un mondo senza guerra per garantire un futuro al genere umano? Come le malattie, anche la guerra deve essere considerata un problema da risolvere e non un destino da abbracciare o apprezzare. La guerra, come le malattie letali, deve essere prevenuta e curata. La violenza non è la medicina giusta: non cura la malattia, uccide il paziente. L’abolizione della guerra è il primo e indispensabile passo in questa direzione. Posssiamo chiamarla utopia, ma il termine utopia non indica qualcosa di assurdo, ma piuttosto una possibilità non ancora esplorata e portata a compimento. Molti anni fa anche la schiavitù sembrava utopistica: oggi l’idea di esseri umani incatenati e ridotti in schiavitù ci repelle. Quell’utopia è divenuta realtà. Anche un mondo senza guerre deve diventare una realtà: lavorare insieme per un mondo senza guerra è la miglior cosa che possiamo fare per le generazioni future.”

E questo concetto vale anche per le pfas e tutte le sostanze nocive con cui continuiamo a “bombardare” il pianeta.

dott. Claudio Lupo

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