Il mito sfatato dei PFAS nei farmaci: le alternative sono già disponibili
Per decenni, l’introduzione di atomi di fluoro nelle molecole dei medicinali è stata considerata un dogma intoccabile. Secondo la narrativa industriale dominante, l’uso dei PFAS sarebbe indispensabile per ottimizzare le proprietà chimiche dei farmaci, migliorandone la stabilità strutturale, facilitandone la sintesi in laboratorio e, soprattutto, potenziando la biodisponibilità del principio attivo, ovvero la capacità dell’organismo di assorbire e utilizzare la cura in modo efficace. Tuttavia, un recente e rivoluzionario studio indipendente mette seriamente in discussione questo paradigma, dimostrando che la tutela della salute pubblica non deve necessariamente passare per il compromesso dell’inquinamento ambientale.

La ricerca di riferimento è stata condotta dall’Istituto farmaceutico dell’Università di Friburgo in stretta collaborazione con l‘Agenzia federale tedesca per l’Ambiente (UBA). I risultati del monitoraggio, ripresi con grande risalto dalle principali testate giornalistiche europee, hanno analizzato un campione di 111 principi attivi farmaceutici contenenti specifici legami fluoroalchilici, giungendo a una conclusione sorprendente: ben 97 di essi – pari a circa l’87% del totale – dispongono già oggi di valide alternative tecniche o terapeutiche completamente prive di PFAS. Questo significa che la stragrande maggioranza dei trattamenti medici potrebbe essere sostituita senza alcuna perdita di efficacia.
Il dato scientifico trova un riscontro immediato e concreto anche sul mercato farmaceutico reale. Prendendo come modello il mercato tedesco, i ricercatori hanno evidenziato che su circa 70 farmaci contenenti PFAS attualmente autorizzati alla vendita e prescritti regolarmente ai pazienti, ben 61 presentano già in commercio un’opzione terapeutica alternativa altrettanto efficace, ma formulata senza l’impiego di molecole persistenti. L’evidenza smentisce categoricamente l’idea che un eventuale bando o restrizione di queste sostanze possa tradursi in una carenza di cure essenziali per la popolazione.
Ad aggravare l’urgenza di un intervento normativo si aggiungono le recenti scoperte sui sottoprodotti di degradazione, in particolare il trifluoroacetato (TFA). Questa sostanza derivata dai PFAS, estremamente idrosolubile e ormai capillarmente diffusa nelle falde acquifere e nelle catene alimentari, è stata recentemente classificata per i suoi potenziali effetti tossici sulla riproduzione. Il ciclo di vita di un farmaco contenente PFAS non si esaurisce infatti con l’assunzione: attraverso le escrezioni umane e i processi di produzione industriale, queste molecole persistenti finiscono inevitabilmente per contaminare l’ambiente idrico, accumulandosi nel tempo.
Il vero nodo della questione si sposta ora sul piano politico e legislativo. Mentre l’Unione Europea valuta una proposta di restrizione universale dei PFAS presentata dai Paesi del Nord Europa, il settore farmaceutico spinge per ottenere ampie deroghe temporanee o esclusioni permanenti. Le lobby chimiche difendono gli attuali processi produttivi facendo leva sul timore di bloccare la produzione di medicinali salvavita. Tuttavia, l’evidenza che l’87% dei principi attivi esaminati sia già sostituibile dimostra che una transizione ecologica verso una chimica farmaceutica “PFAS-free” è non solo scientificamente fattibile, ma eticamente necessaria per proteggere sia i pazienti sia il pianeta.
Di seguito i link ad alcuni articoli pubblicati recentemente su questo tema:

