RADOX. Una tecnologia rivelatrice, ancora immatura. A rischio di propaganda raffinana e risultati “spannometrici”.

Raccogliamo con grande attenzione e misura questo importante passo di Confindustria verso i Pfas. Tuttavia con le dovute cautele scientifiche e le memorie storiche. Valutando anche fuorvianti narrazioni, come induce l’articolo1 del Giornale di Vicenza che, fin dal titolo, vorrebbe far passare i Pfas come “inoffensivi”, grazie alla tecnologia. Si rischia una propaganda raffinata e risultati “spannometrici”, per certi versi annunciati dalle parole espresse, senza volerlo, dal giornalista moderatore, il quale, per via subconscia, fa emergere parole, “a spanne”, per ben due volte. Davvero uno dei tratti caratteristici delle nostre terre? Questa spannometria subconscia? Una breve analisi.
Innanzi tutto RADOX, la tecnologia presentata, per quanto originale nel dettaglio tecnico-operativo, non è niente di nuovo sotto il sole chimico-fisico: si tratta del classico separare per via termica, termodistruggere, mineralizzare queste terribili e resistenti sostanze, mediante la classica procedura di riscaldare ad alte temperature e separare gli elementi in gioco, arrivando finalmente a un bilancio di massa del fluoro che dimostri l’avvenuta separazione dal carbonio. Bilancio che le altre “volatili” tecnologie (vedi il classico “incenerimento”) non ci danno. Le novità sono quindi esclusivamente di carattere tecnologico (la generazione di radicali, altamente reattivi, mediante fiamma) e impiantistico (un complesso sistema di ossidazione termica), ancora a livello laboratoriale e con molta strada da fare per arrivare a livello industriale.
C’è quindi da sfatare quel “inoffensivi” abusato dal Giornale di Vicenza, dove si nasconderebbe, se male interpretato, l’intenzione che essi, i PFAS, possano diventare per sempre riproducibili, utilizzabili, visto che li possiamo “distruggere”. Se fosse così, a cosa servirebbe allora questa tecnologia? A legittimare le nuove produzioni e gli usi che ancora troppi stanno facendo, specie le industrie che confluiscono (i loro reflui) dentro Acque del Chiampo? Sembra proprio così se si ascoltano le parole di prolusione dei relatori di Confindustria, dove la parola bando è ancora bandita. Per smontare “economicamente” (nel loro campo, confindustriale) questa narrazione ho posto una semplice domanda: qual è il “bilancio energivoro” di questa tecnologia? Ovvero, quali sono i costi in termini di metano ed energia per purificare una grande quantità di acqua, visto che per mineralizzare i PFAS di 1 litro sperimentale a temperature per altro non elevatissime e su una sola molecola (PFBA), i costi energetici sembrano molto alti? Senza contare il pretrattamento della materia contaminata prima di entrare a regime di sicurezza nell’impianto, nonché la messa in opera di impianti industriali, di grande scala, che di fatto mettono in serio dubbio la possibilità che flussi enormi di metri cubi di liquido contaminato vengano a contatto con le condotte coniche delle fiammelle per attivare il processo di termo-radicalità (1 litro sono 0,001 metri cubi…). Risposta: picche. La ricercatrice ha iniziato a balbettare nell’imbarazzo generale della sala.
Il rischio di propaganda, questa volta non spannometrica, ma raffinata, l’ha avuto anche l’Avvocato Merlin, dirigente di un comparto importante di Confindustria Nazionale, quello sulla Sostenibilità. Nella sua pur dotta presentazione sul diritto e sul Principio di Precauzione (che nessuno applica, visto il caso Chemviron di Legnago, sul quale, tutti, Arpav, Confindustria, Sindaco e soprattutto Acque del Chiampo, hanno la coscienza sporca: anzi, proprio questa conferenza ha confermato che la rigenerazione-termodegradazione dei filtri non “mineralizza” i Pfas, ma li trasferisce altrove, ossia ai cittadini di Legnago!), l’Avvocato, dicevo, ha detto chiaramente che siamo qui grazie ad Acque del Chiampo che ha investito 37 milioni sui PFAS, di cui mezzo milione per questa ricerca, come se i milioni fossero di Acque del Chiampo e non spillati ai cittadini nelle bollette (lo ha pure detto, ma per rimarcare le bollette degli industriali), e che questo sforzo (questa nuova tecnologia), come gli altri che faranno, servirà per trovare il giusto “bilanciamento” tra mondo produttivo e la salute dei territori (sempre pagata dai cittadini), ossia tra gli interessi dei privati e gli interessi pubblici. Una scivolosa chiosa ha spostato tuttavia il piatto della bilancia verso gli interessi produttivi: «le nostre decisioni non devono essere prese sul filo dell’emozione e politicizzate, ma sul filo dell’evidenza e del raziocinio» ha argomentato l’illustre avvocato. Facendo intendere che il raziocinio e la scienza stanno dalla parte dell’economia, che fonda il reddito di questi territori e dei convenuti.
Ho chiesto allora all’illustre avvocato dei Gestori delle Acque, ma pure Confindustriale – dopo avergli ricordato che la stessa Confindustria, che ci ospita e si fa protagonista, non ha mai
voluto incontrare i cittadini contaminati, anzi, nel 2017 ha indetto addirittura una vergognosa Lectio Magistralis per occultare la nocività dei Pfas assoldando uno scienziato senza autorità specifica, con passato da negazionista – gli ho chiesto come mai Confindustria non è parte civile al grande processo Miteni? Era una domanda semplicissima e doppiamente sul merito, in fatto di bilanciamento e raziocinio, nonché di rappresentanza e di competenza professionale. Risposta: picche.
Non è affare mio. Non lo so. Non rispondo degli affari degli altri. Peccato che oggi Merlin sia tra i dirigenti responsabili della “sostenibilità” (pure morale, dico io) di Confindustria e una risposta molto più seria e ingaggiante, anche in prospettiva futura, avrebbe potuto e dovuto darla.
Questo gap nelle risposte spiega il probabile opportunismo di Confindustria con la tecnologia Radox, nel caso fosse buona: salvare il comparto industriale tossico della Valle dell’Agno e del Chiampo, oramai in ginocchio, proprio per la questione Pfas, fanghi, carboni, incenerimento. Anzi, la scelta di fare la sperimentazione solo sul PFBA parla chiaro: è il PFAS da trattare con assoluta dominanza e urgenza, visto il crimine in atto dovuto ai lavori sporchi sulla SPV, superstrada voluta e quindi moralmente prodotta dall’intera classe politica industrializzata ivi presente. PFBA, terreno minato pure per la TAV. Argomento delicatissimo per gli industriali di Vicenza, che l’hanno accettata “a spanne”, senza alcun serio approfondimento tecnico-scientifico-idrogeologico.
Ah, per chi non lo sapesse, visto il risultato del Consiglio di Stato sulla Bonifica Miteni di questi giorni, ricordo a tutti che, negli anni caldi della nostra lotta, Confindustria ha difeso Miteni e Nardone (imputato “principe” del Processo Miteni) fino all’ultimo. Dunque, anche un probabile opportunismo morale guida questa ricerca: salvare la faccia, la reputazione, l’onore, dopo essersi macchiati di corresponsabilità morale ed economica.
Il rischio di risultati «spannometrici» e di preliminare raffinata propaganda sono quindi all’ordine del giorno, sempre, in tutto il Veneto, specie a Vicenza. Abbiamo pure avuto una prova per via subconscia. Le uniche due domande del giornalista del GDV, Piero Erle, una anche abbastanza efficace, sono state introdotte con un «a spanne» (!), così: mi può spiegare «a spanne» perché…. etc. etc. – la prima; seconda: ehm, mi può spiegare «a spanne» perché…. etc. etc. Capirete che per il sottoscritto, che ha teorizzato audacemente, contro il suo stesso volere, la caratteristica antropologica della spannometria veneta a causa della spannografia dichiarata del suo massimo rappresentante, Luca Zaia, ecco, trovarsi ad una conferenza di alto livello, e sentirsi dire due volte di fila «a spanne» dal moderatore, alla seconda evidenza è stato come trovare la prova provata di cosa produce il subconscio collettivo proprio nella sala dove esso – il tratto antropologico spannometrico – voleva essere nascosto. Radicalmente. Termo-radicalmente. Con una tecnologia radicale. Sono quasi svenuto. Ma ho preso forza e ho fatto le due domande specifiche, raccontate in queste righe.
L’ultima domanda l’ha fatta un chimico accademico, sottolineando che i PFAS si misurano ormai da anni in nanogrammi e le tabelle sperimentali espresse in microgrammi o milligrammi non fanno ben capire di fatto quale sia il bilancio chimico dell’intera operazione Radox, soprattutto, aggiungo io, quello sulla mineralizzazione dei carboni attivi, tema del secondo relatore tecnico (ossia quei carboni citati prima, quelli che oggi filtrano le nostre acque e che sono stati portati in modo criminoso – come si apprende dalla conferenza, nel caso si applicasse il principio di Precauzione di cui si è fatto promotore l’Avvocato Merlin – in varie parti d’Italia, soprattutto a Legnago, dove da anni avviene un incauto “incenerimento” seriale e omertoso).
Insomma, in-somma, matematica e scientifica, questa tecnologia ha ancora moltissima strada da fare per arrivare a livello industriale ed è una vera e propria propaganda spannometrica, sia del Giornale di Vicenza, sia da parte delle parti che ieri hanno balbettato la loro discesa in campo, scrivere quello che scrivono e dire quello che dicono, oltre il raffinato specifico tecnico. Noi ringraziamo per l’attenzione tardiva a questi territori contaminati, in una sala così prestigiosa, ma non ci piace essere presi in giro. Neppure dalla Regione Veneto che ancora oggi non ci consegna i dati alimentari o dai suoi dirigenti, come l’ingegnere Strazzabosco, che alla fine viene a dirci una parola satirica, sulla “brutta compagnia” che noi siamo, visto le domande pertinenti che abbiamo fatto. Certamente, lo ha detto in segno di difesa. È stato un attestato della nostra inalienabile presenza, causa remota della stessa conferenza. I più forti ieri in quella sala eravamo noi, con la stessa Maria Chiara Rodeghiero di Medicina Democratica a ricordare chi ha firmato l’esposto che ha portato al grande processo. Chi ha fermato la fabbrica criminale? Nessuno dei presenti in sala. A parte il Maresciallo Manuel Tagliaferri del NOE. Altro che Provincia di Vicenza, altro che Confindustria, altro che Regione Veneto.
In verità, fattuale, non metafisica o patafisica (la scienza delle soluzioni immaginarie), la «brutta compagnia» è questa nuova razza di veneti emersa a fine anni 70 che ancora oggi si riunisce in prestigiosi consessi, corporazioni, accademie, partiti, per fare bene l’unica cosa che sanno fare bene, nella terra dei fortunati, dove solo i pessimisti non fanno fortuna: «fare affari a spanne, creando danni irreversibili». Distruggendo l’anima dei territori. Inquinando i loro stessi figli. Che scappano dal Veneto.
In fede mia, spero che questa tecnologia radicale fiorisca, liberandoci in primo grado dalla propaganda e dai relativi risultati spannometrici.
A giorni daremo i nuovi dati indipendenti su tutte le matrici, alimentari, polveri, piogge. Con le corrette unità di misura, in fatto di percezione e salubrità. Vedremo cosa succede nelle strutture spannometriche della Regione Veneto.
Alberto Peruffo
Montecchio Maggiore
29 maggio 2026
da Archivio PFAS.land

