Dall’isola di Okinawa a Fair Isle: la ragnatela globale dei PFAS non risparmia nessuno
Esiste un filo invisibile e tossico che unisce le acque del Pacifico agli arcipelaghi più remoti dell’Atlantico. È la firma chimica delle sostanze perfluoroalchiliche (PFAS), un’emergenza che la narrativa industriale ha a lungo cercato di derubricare a “questione locale” o circoscritta a specifici poli chimici, ma che la realtà dei fatti sta smentendo: l’inquinamento da PFAS è una crisi globale senza confini.
A confermarlo sono due recenti fronti di indagine che ci portano agli antipodi del pianeta.

Il primo caso, sollevato da un’inchiesta del The Guardian, ci conduce su Fair Isle, una remota isola scozzese situata tra le Orcadi e le Shetland, nota per la sua natura selvaggia. Le analisi hanno rivelato la presenza di livelli preoccupanti di PFAS nell’acqua potabile di questa comunità isolata, dove non esistono industrie chimiche. Com’è possibile? La risposta sta nella capacità di queste molecole di viaggiare per migliaia di chilometri attraverso le correnti oceaniche e atmosferiche, depositandosi ovunque, persino dove l’uomo moderno ha lasciato a malapena un’impronta.

Il secondo fronte, rilanciato da un’analisi di PeaceLink, ci sposta dall’altra parte del globo, sull’isola di Okinawa, in Giappone. Qui la contaminazione è legata alla forte presenza militare. I monitoraggi scientifici condotti sui corsi d’acqua e sulle sorgenti vicine alle basi militari statunitensi hanno riscontrato concentrazioni allarmanti di PFAS, scatenando la protesta dei cittadini e delle autorità locali.
Questi due scenari così distanti dimostrano che i PFAS si comportano come una vera e propria ragnatela planetaria. Le emissioni industriali e militari in un punto del globo non restano confinate, ma entrano nel ciclo globale dell’acqua, contaminando l’ambiente sia per via sistemica (come a Fair Isle) sia per via diretta e geopolitica (come a Okinawa).
L’allarme che si leva dal Giappone e dalle isole scozzesi è lo stesso che da anni risuona nella pianura veneta o nelle comunità degli Stati Uniti. Non è più possibile affrontare il problema con interventi frammentati o deroghe locali. L’unica via d’uscita per proteggere il futuro del pianeta e della salute collettiva è un bando totale, universale e immediato dell’intera classe di queste sostanze chimiche eterne.
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