Pfas nel Savonese: l’acqua che non si può più bere e la terra che nessuno ha voluto guardare

COMUNICATO STAMPA

Contributo di Rete Liguria – Bene Comune che ha aderito alla Rete Zero Pfas Liguria, componente regionale della Rete Zero Pfas Italia.

A Pietra Ligure e a Borgio Verezzi l’acqua esce dal rubinetto come sempre, limpida, fredda, uguale a ieri. Solo che non si può più bere. Le restrizioni riguardano quasi dodicimila persone, tra Borgio Verezzi, Pietra Ligure e parte di Villanova d’Albenga, e da giorni famiglie, negozi e ristoranti vivono di autobotti, taniche e bottiglie.

L’acqua si preleva dalle taniche nel savonese. foto da Il Secolo XIX

Cominciamo da un dato, perché le emozioni senza dati non servono a nessuno. L’emergenza è emersa anche perché il D.Lgs. 18/2023 ha abbassato i limiti di tolleranza, e molte acque prima ritenute accettabili sono risultate contaminate. La legge, insomma, ha acceso una luce. Il problema è cosa quella luce ci mostra.

A Borgio Verezzi la criticità è partita da uno dei quattro pozzi comunali e le analisi di settembre hanno rilevato per un parametro uno scostamento dell’ordine di trenta volte il valore di riferimento. C’è poi il fattore tempo. A Villanova d’Albenga il campione era stato prelevato il 14 settembre e l’esito ufficiale del laboratorio è arrivato il 13 ottobre. Un mese è molto, quando in gioco c’è l’acqua che si beve.

I Pfas sono di origine industriale e a monte dei pozzi non risultano insediamenti industriali storici. Da dove arrivano, dunque? L’ipotesi più discussa guarda alle ex discariche delle colline, tra Magliolo, nell’entroterra di Pietra Ligure e il Monte Grosso. Alcune testimonianze locali parlano di percolati sospetti. Lo diciamo con chiarezza: sono racconti, non prove. Ma i racconti, quando coincidono con una storia già scritta negli atti, non si possono lasciare cadere.

E la storia è scritta. Negli anni Novanta la Commissione parlamentare sui rifiuti descrisse una Liguria esposta in modo sensibile a traffici e smaltimenti illeciti e ricordò che la cava Fazzari di Borghetto Santo Spirito fu sequestrata per il ritrovamento di fusti tossici. Nel 1998 un’interrogazione parlamentare denunciava rifiuti tossico-nocivi stoccati abusivamente in numerosi siti e discariche della provincia di Savona, con Magliolo tra i casi citati. Poi, per molti anni, silenzio.

Non vogliamo spaventare nessuno, né cercare colpevoli di comodo. Ma su un punto non arretriamo: non si può curare un’acqua senza sapere da dove viene il veleno. I filtri sono una medicina e nessuno li disprezza. Ma secondo l’agenzia ambientale piemontese la presenza di Pfas nei percolati sembra legata al tipo e all’età della discarica e questo ci dice dove guardare.

E guardare anche più in là. Le valli a monte di Borghetto e Toirano, di Loano e Boissano hanno alle spalle decenni di edificazione costiera. Oggi si monitora in Liguria lo smaltimento abusivo degli inerti da cantiere. Dove sono finiti, allora, sbancamenti e macerie? Non abbiamo atti che provino interramenti in queste zone. Abbiamo una domanda, e ci sembra giusta.

Su questi temi non partiamo da zero, ma nemmeno abbiamo le risposte. Negli ultimi mesi abbiamo scritto di Pfas e sanità pubblica, della necessità di un biomonitoraggio sul sangue dei cittadini, dei materiali usati nei cantieri e nelle grandi opere in galleria, dei rischi legati all’edilizia costiera. Abbiamo predisposto una mozione regionale per un piano straordinario di biomonitoraggio umano e letto con attenzione le risposte di Regione e ARPAL alle istanze di accesso civico dei comitati della Val di Magra, da cui c’è molto da imparare. Sono tasselli e nulla di più. Il quadro si completa solo con i dati e i dati li hanno gli enti, le agenzie, le reti di altre regioni che si occupano da più tempo della questione.

Per questo chiediamo cose semplici. Una mappa pubblica delle vecchie discariche e dei siti di riempimento dell’entroterra savonese, con gli atti delle inchieste storiche. Analisi dei Pfas su percolati, suoli e acque, a monte e a valle, con dati che chiunque possa leggere e su tutti i pozzi e le fonti della rete, non solo sulle fontanelle. Tempi rapidi tra il prelievo e l’esito, perché un mese non è un tempo compatibile con la salute pubblica. Il biomonitoraggio sulla popolazione, perché la salute di chi beve quest’acqua non può restare l’unico dato che manca. La trasparenza sui materiali usati nelle grandi opere. E una rete idrica con più fonti, che non lasci un territorio appeso a un solo pozzo.

Alessandro Digheri
Rete Liguria Bene Comune

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