PFAS: perché i Paesi Bassi raccomandano di non consumare più le uova delle proprie galline?
Nel 2025 l’istituto sanitario olandese RIVM, equivalente dell’Istituto Superiore di Sanità e dell’ANSES francese, ha emanato una raccomandazione senza precedenti: consiglia ai cittadini di non consumare le uova prodotte dalle proprie galline su tutto il territorio nazionale. La raccomandazione riguarda esclusivamente le galline allevate da privati o nelle fattorie didattiche e non le uova provenienti dagli allevamenti commerciali.
Origine della raccomandazione
L’allarme è nato da uno studio condotto nei pressi dello stabilimento chimico Chemours, vicino a Dordrecht, dove sono stati analizzati campioni di uova provenienti da allevamenti domestici. In oltre due terzi dei campioni sono state riscontrate concentrazioni elevate di PFAS: in molti casi un solo uovo alla settimana era sufficiente a superare la dose settimanale tollerabile stabilita dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA). Sorprendentemente, il contaminante predominante non era il PFOA o il GenX, associati allo stabilimento, ma il PFOS, suggerendo una contaminazione ambientale più diffusa.
Studio esteso a tutto il Paese
Per verificare se il problema fosse limitato alla zona industriale, il RIVM ha analizzato uova provenienti da 60 allevamenti domestici distribuiti nelle dodici province dei Paesi Bassi. I risultati hanno confermato una contaminazione diffusa:
- in 31 siti bastava meno di un uovo a settimana per superare la soglia EFSA;
- in altri 10 siti il limite era un solo uovo settimanale;
- soltanto 9 siti consentivano di consumare più di quattro uova alla settimana senza superare la dose considerata sicura.
La contaminazione variava molto da un luogo all’altro, rendendo impossibile per un privato sapere se le proprie uova fossero sicure senza effettuare analisi di laboratorio.
Perché evitare le uova domestiche?
Le autorità non sostengono che tutte le uova domestiche siano contaminate, ma evidenziano che:
- il livello di PFAS cambia notevolmente anche tra giardini vicini;
- il cittadino non dispone di strumenti per verificarne il contenuto;
- chi consuma regolarmente le proprie uova risulta esposto a quantità significativamente maggiori di PFAS rispetto a chi acquista uova commerciali.
Per questo motivo il RIVM ha applicato il principio di precauzione, formulando una raccomandazione sanitaria, non un divieto.
Come si contaminano le galline?
Un secondo studio del RIVM ha analizzato terreno, acqua, paglia, insetti, lombrichi e altri elementi presenti nei pollai. La conclusione principale è che i lombrichi rappresentano la principale via di contaminazione. I lombrichi accumulano PFAS presenti nel terreno; le galline allevate all’aperto li mangiano abitualmente e trasferiscono tali sostanze nelle uova. Infatti:
- le galline allevate all’aperto producono uova molto più contaminate;
- quelle allevate al chiuso presentano livelli decisamente inferiori;
- nei lombrichi le concentrazioni di PFAS sono risultate da 2 a 24 volte superiori a quelle riscontrate nelle uova.
Perché le uova del commercio non sono interessate?
Negli allevamenti professionali:
l’alimentazione è controllata;
le galline hanno un accesso molto limitato al terreno e ai lombrichi;
di conseguenza l’esposizione ai PFAS è molto più bassa.
Per questo motivo il RIVM ritiene che le uova commerciali possano continuare a essere consumate.
Un problema ambientale più ampio
Secondo gli autori, lo studio dimostra che la contaminazione da PFAS non è limitata alle aree industriali, ma interessa in modo diffuso i terreni. I PFAS, rilasciati nell’ambiente per decenni, vengono trasportati dall’aria e dalle precipitazioni, si accumulano nel suolo e nella fauna che vi vive, entrando progressivamente nella catena alimentare. Le uova rappresentano quindi un indicatore della contaminazione ambientale.
Conclusioni
Lo studio olandese mostra come i PFAS possano raggiungere gli alimenti anche lontano dalle fonti dirette di inquinamento e come le autorità sanitarie adottino il principio di precauzione quando il rischio è diffuso ma difficile da valutare per i cittadini. L’autore dell’articolo sottolinea inoltre che le decisioni adottate possono variare sensibilmente da un Paese all’altro, citando come esempio il diverso approccio seguito nell’area di Lione, in Francia. Infine anticipa un approfondimento sulla dose settimanale tollerabile di 4,4 ng/kg di peso corporeo fissata dall’EFSA, basata sugli effetti dei PFAS sul sistema immunitario e oggi utilizzata come riferimento internazionale per la valutazione del rischio sanitario.
Rete Zero Pfas Veneto
Di seguito la traduzione in italiano dell’articolo pubblicato da Medium

