Liguria | Acqua, megafoni e silenzi: i Comuni non aspettino la Regione per costruire un tavolo
I cittadini ormai sanno cosa fare: passano le auto con i megafoni a spiegare come non usare l’acqua che pagano ogni mese. Non bere, non cucinare, non annaffiare. Ai cittadini si chiede di adattarsi e di fidarsi.
A chi governa, invece, che cosa si chiede? Di non nascondersi, e di non fare nemmeno l’opposto: sbandierare un campione nei limiti come un merito personale. Quando un’analisi va bene, il più delle volte è fortuna, non governo. Governare vuol dire sapere prima che cosa si cercherà, chi lo cercherà e che cosa si farà quando il numero sale, e dirlo ai cittadini prima che lo scoprano da soli. Un modo diverso esiste già ed è documentato. Lo ha sperimentato la Regione Veneto con il progetto europeo LIFE PHOENIX. Nel 2013 il CNR rivelò una contaminazione da PFAS su circa 930 chilometri quadrati tra Vicenza, Padova e Verona: trenta Comuni, circa 140.000 abitanti potenzialmente esposti, concentrazioni in falda fino a 25.000 nanogrammi per litro. I filtri a carbone attivo arrivarono nell’estate 2013 e nell’acqua potabile i valori crollarono. La parte più istruttiva è ciò che mancava: nessuna soglia di legge, nessun metodo validato e, soprattutto, nessuna abitudine a decidere insieme tra settori diversi sulla base di dati condivisi.
La Regione ha costruito dopo ciò che sarebbe servito prima: una Commissione permanente Ambiente e Salute (2017), un Comitato tecnico scientifico con ISS, CNR e università (2018), un sistema informativo che unisce le banche dati di enti diversi, compreso il biomonitoraggio sul sangue per Comune di residenza, un modello numerico della falda e una check-list di autoanalisi per chi vuole replicare il modello. Solo la sorveglianza sanitaria ha comportato 3,85 milioni di euro di costi diretti e oltre 85.000 persone invitate allo screening. Il documento racconta soprattutto ciò che ha funzionato, ma non nasconde le incertezze.
Quel metodo si può portare a scala comunale con una delibera del Consiglio che istituisca un tavolo permanente Ambiente e Salute. Il sindaco è autorità sanitaria locale, ma non può esercitare da solo una responsabilità i cui dati sono sparsi tra gestore idrico, ARPAL, ASL e uffici comunali. Al tavolo siedono assessori, dirigenti, polizia locale, gestore, ASL, ARPAL, un riferimento universitario e un rappresentante di ogni gruppo consiliare, perché la salute non deve diventare una contesa di parte. Il primo anno lavora su un solo tema, con scadenze certe. Il primo atto è una check-list pubblica in cui il Comune dichiara che cosa non sa, chi lo sa e chi può correggerlo. Verbali e pareri sono pubblici, soglie e protocolli si decidono in anticipo, dopo dodici mesi una relazione al Consiglio decide se rinnovare, correggere o chiudere. Costa quanto già costa il personale che ne fa parte.
Ma falde, corsi d’acqua e cantieri non rispettano i confini. Il tavolo va allargato ai Comuni vicini, con una convenzione, un capofila e delibere identiche in ogni Consiglio. In Friuli i sindaci si sono già seduti allo stesso tavolo sui PFAS. Non c’è motivo per cui non possa accadere sulla nostra costa. Sull’allerta in corso, dalla Regione non è ancora arrivata una parola, mentre taglia nastri e racconta la rinascita della sanità ligure. Un tavolo di Comuni non può obbligarla, ma può rendere il suo silenzio un fatto documentato: richiesta formale e congiunta di informazioni firmata dai sindaci, pubblicazione di richieste e risposte con le date, monitoraggio sanitario in Conferenza dei sindaci, piano di biomonitoraggio per i cittadini come in Veneto.
Là fu la Regione a convocare tutti. Qui i Comuni possono costruire il tavolo dal basso e invitare la Regione a sedersi. Basta che qualche sindaco trovi più prestigioso farsi correggere in tempo che avere ragione in ritardo.
Alessandro Dighero
Lanfranco Pambuffetti
Rete Zero PFAS Liguria
Rete Zero PFAS Liguria, la sezione di Rete Liguria dedicata ai PFAS, parte della Rete Zero PFAS Italia.


