Sentenza del processo Peruffo Dirigenti Regione 601/2020 252/2024. I cassetti del “non mi ricordo”

Una dovuta restituzione ai molti amici. Dopo l’udienza finale di mercoledì.
Sintetizzando e sdrammatizzando a larghe spire, 7 anni e 6 mesi fa – in diretta radiofonica nazionale – avevo “accusato politicamente” la Regione Veneto (i suoi vertici competenti, presenti) di aver nascosto in un cassetto (espressione idiomatica non di mio conio) la questione PFAS, di averla sottostimata e quindi deviata sul fiume Po, come stavano raccontando nel 2019, in diretta radio Rai, alla quale ero stato invitato (i Pfas nel Po furono scoperti nel 2006/7, sigh!).
Una legittima critica politica basata su fatti di dominio pubblico, evidenti (a noi attivisti), poi divenuti atti del futuro Grande Processo Miteni. Una pronta risposta alla presa in giro sul Po, in opera in quel momento! Una critica “replicabile” per persone “civili” (leggi: “non-arroganti”) e politicamente preparate. Sia in diretta, sia in altre sedi deputate al dibattito. Mi portarono invece a processo per aver offeso la reputazione dei vertici regionali. A processo. Con un comunicato di Giunta, con/giunto, emesso per via ufficiale, l’indomani.
Mi denunciarono penalmente per un dubbio di fiducia, per averli sfiduciati – io direi, soprattutto oggi, “esautorati” – come portavoce di un movimento. Un comunicato congiunto, di Giunta. Mica di Pinco Pallino. Erano gli anni caldi e decisivi sulla questione PFAS. Sulle responsabilità – pure politiche – dopo la chiusura della fabbrica MITENI, avvenuta grazie alla nostra forza e intelligenza, collettive. Non grazie ai silenzi o ai “non mi ricordo” della Regione.
Mercoledì, dopo un processo per certi versi artisticamente e offensivamente “metafisico” – per lunghezza e situazione di scena, svoltosi in un tribunale di freddo cemento e legno laccato, siderale e silenzioso, quello della città di colui che scrisse il Deserto dei Tartari (oggi riconfigurabile in “Il Silenzio dei Barbari, ops… dei Veneti”) e di colei che affossò la menzogna del Vajont (sempre di acqua che fa morte, parliamo); con tanto di enorme crocifisso e le classiche lettere cubitali, interpretabili, “LA LEGGE E’ (o dovrebbe essere, nda) UGUALE PER TUTTI”; nel quale hanno testimoniato i vertici della Regione, tra cui Zaia e Mantoan, rispondendo per la prima volta a domande a cui mai avevano risposto né ai cittadini né ai giornalisti, nonché il magnifico Cavaliere dell’Ordine degli Allarmisti, il Dott. Cordiano, il nostro Don Chisciotte; processo chiusosi con la straordinaria arringa finale dell’avvocato che cito per nome e cognome, visto la sua grandezza giuridica e culturale, Edoardo Bortolotto – dopo suddette metafisiche udienze, il giudice monocratico mi ha assolto perché «il fatto non costituisce reato». Attenzione, il fatto diffamatorio. Ossia: la legittima fondata critica politica “esiste”, il fatto diffamatorio non “sussiste”. “Persiste” invece la contaminazione.
Persistono i dati trattenuti. Avete per puro caso fortuito ricevuto i dati alimentari o le analisi libere del sangue o contezza della bonifica Miteni o dove finiscono i PFAS dei carboni attivi bruciati a Legnago o i TFA della FIS di Montecchio o i PFBA della SPV o le interferenze della TAV a Vicenza? O mai visto un serio studio epidemiologico o una minimale prevenzione nei consultori medici familiari o nelle mense scolastiche, dai medici di base?
In conclusione, esiste e persiste la pochezza politica della Regione Veneto sulla questione PFAS. Niente di più, niente di meno.
// IN EXITU
Mi chiedono se sono contento? No. Non si può essere contenti di fronte al male, all’ignavia, all’inazione, ai ritardi, ai cassetti con rinchiusi dentro PFAS fatti passare per aspartame di Coca-Cola e tazzine di caffè; di fronte ai ridondanti “non mi ricordo” di autorità politiche quando le interroghi sulla salute di centinaia di migliaia di persone. Subentra una profonda tristezza, “metafisica”. Ciò che tempo fa descrissi – intuitivamente – come «sentimento apolide della tristezza»*. La morte geografica della vergogna. Che surclassa lo stesso utile sentimento di pena sociale e diventa disagio morale. Diventa tristezza infinita. Impalpabile. Oltre il fisico, oltre il luogo, oltre le genti.
Certo, devo dirlo: un sussulto di gioia primordiale per aver sconfitto il “grande nemico”, l’omertà istituzionale, il male della res-pubblica… la spannometria culturale… l’egotismo e l’arroganza politica… il sottoscritto e il grande avvocato, all’uscita dagli inferi regionali, lo abbiamo avuto.
E con questo, stop delle trasmissioni. Su questa ignobile storia. Intimidatoria. Durata 7 lunghi anni.
Solo un proclama finale, augurale: viva la res-comune!
Viva la politica partecipata, dal basso, libera dalla dittatura dei mercati e dalle collusioni pubbliche, intelligente sui luoghi, sulle persone, sulle geografie. Di tutto il mondo. Altro che, «prima il Veneto». Non esistono i primi, da nessuna parte, specie se «non ricordano» che dietro di loro c’è un’umanità, un ecosistema che soffre.
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PS siamo arrivati fin qui – al giudizio giuridico finale, dopo 7 anni – senza scendere a patteggiamenti proposti o a termini di prescrizione imminenti. Nella foto di copertina una foto – dell’imputato
– durante la Giornata contro i Crimini Ambientali, fronte Miteni, 22 aprile 2018. Ci eravamo tutti! >> https://casacibernetica.cloud/…/la-carica-di-qualita-e…/
*Questa è la terra dove vivo, p. 44 di Non torneranno i prati, 2a ed. 2021 >> https://edizioni.cierrenet.it/…/non-torneranno-i-prati-2/Cierre edizioni
Vincenzo Cordiano – Rete Zero Pfas Veneto
Alberto Peruffo
Di seguito il testo dell’arringa finale dell’avvocato Edoardo Bortolotto

