PFAS negli alimenti: una priorità per i cittadini

PFAS negli alimenti: la Rete Zero PFAS chiede trasparenza e un tavolo tecnico permanente con la Regione Veneto

Martedì 16 giugno 2026 una delegazione della Rete Zero PFAS ha incontrato a Palazzo Ferro Fini le consigliere regionali Manuela Lanzarin ed Elisa De Berti, presidenti rispettivamente della V Commissione (Sanità e Politiche Sociali) e della II Commissione (Territorio e Ambiente) del Consiglio regionale del Veneto.

L’incontro era stato richiesto da tempo dalla Rete, che da mesi attende un confronto con i nuovi rappresentanti regionali eletti nell’autunno del 2025; l’obiettivo è quello di costruire un dialogo stabile e costruttivo tra le istituzioni e la società civile, affinché le comunità colpite dalla contaminazione da PFAS possano contribuire attivamente ai processi decisionali che riguardano il loro territorio e la loro salute.

La richiesta di un tavolo tecnico permanente

Nel corso dell’incontro, la delegazione ha formalmente richiesto l’istituzione e l’attivazione urgente di un tavolo tecnico regionale dedicato alla questione PFAS. La proposta prevede il coinvolgimento non solo delle istituzioni e degli enti competenti, ma anche delle realtà associative, dei comitati e delle organizzazioni formali come ISDE, Medicina Democratica, Greenpeace ed informali, che rappresentano le comunità interessate dalla contaminazione.

La Rete Zero PFAS ha inoltre consegnato un documento contenente una serie di richieste e temi prioritari da affrontare all’interno del futuro tavolo tecnico, con il contributo di tutte le realtà aderenti alla rete regionale.

PFAS negli alimenti: una priorità per i cittadini

Tra le questioni considerate più urgenti emerge la necessità di rendere pubblici i risultati dei piani regionali di sorveglianza sui PFAS negli alimenti provenienti dalle cosiddette zone rossa e arancione del Veneto.

In particolare, la Rete ha sollecitato la diffusione dei dati relativi al Piano di sorveglianza di PFAS nei prodotti agroalimentari delle zone rossa e arancione: alimenti di origine animale, approvato nel 2022 dopo una deliberazione del 2019, e del Piano Regionale di Sorveglianza dei PFAS nei prodotti agroalimentari delle zone rossa e arancione: alimenti vegetali, approvato nel 2023 come da DGR 1676 del 29/12/2023.

La richiesta avanzata dalla Rete Zero PFAS alla Regione Veneto si inserisce in un contesto più ampio che riguarda l’intera Europa. Da anni l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) invita gli Stati membri a raccogliere e trasmettere dati sulla presenza dei PFAS negli alimenti, poiché l’alimentazione è considerata una delle principali fonti di esposizione per la popolazione generale. I dati raccolti a livello europeo hanno permesso di individuare la presenza di PFAS in numerose categorie alimentari, evidenziando la necessità di monitoraggi sempre più estesi e trasparenti.

In questo quadro, appare particolarmente rilevante comprendere quale sia la situazione italiana e, soprattutto, quella veneta. Secondo un recente report di Greenpeace Italia, nel nostro Paese i monitoraggi sui livelli di PFAS negli alimenti sono ancora molto scarsi e mal distribuiti sul territorio, nonostante le raccomandazioni europee. Lo stesso rapporto evidenzia che i risultati dei piani di monitoraggio avviati nelle zone rossa e arancione del Veneto non sono ancora stati resi pubblici, mentre altri dati regionali mostrano la presenza di PFAS in circa un terzo degli alimenti analizzati.

La mancata pubblicazione di questi esiti comporta, di riflesso anche un difetto di implementazione e di trasparenza e controllo del Regolamento n. 2388 del 2022 che prescrive specifici tenori massimi dei 4 composti PFAS attenzionati da EFSA negli alimenti (vedi Tabella B e C Sintesi del rapporto Générations Futures).

Non è dato quindi conoscere se gli alimenti di origine animale commercializzati siano conformi alla normativa europea e nazionale. Inoltre, sono stati indicati anche valori di riferimento indicativi per gli alimenti di origine vegetale, ma anche su questo specifico ambito non sono fornite indicazioni. Una mancanza di comunicazione che potrebbe anche pregiudicare la stessa filiera alimentare, mettendo a rischio i piccoli agricoltori e allevatori.

Per queste ragioni, la pubblicazione dei risultati dei piani di sorveglianza regionali non rappresenta soltanto un atto di trasparenza amministrativa, ma uno strumento essenziale per comprendere il reale livello di esposizione delle comunità che vivono nel più grande hotspot italiano di contaminazione da PFAS e per confrontare la situazione veneta con quella documentata nel resto d’Europa.

Commento dell’esperto

Vitalia Murgia, medico chirurgo specialista in Pediatria, componente della Giunta Esecutiva Nazionale ISDE Italia e docente al Master in Nutrizione e Nutraceutica dell’età evolutiva dell’Università degli Studi di Pavia

Vale la pena di analizzare criticamente alcuni aspetti che emergono dalla lettura del report di Generations Futures del 2025, di quello di Greenpeace di maggio 2026 e anche dalle esperienze più o meno recenti di interazione con la Regione Veneto per la divulgazione dei dati relativi all’analisi degli alimenti di consumo comune per valutare la presenza di PFAS.

  1. Nel 2022, la Commissione Europea ha emesso una nuova raccomandazione (raccomandazione UE 2022/1431 del 24 agosto 2022) che incoraggiava gli Stati membri a istituire un Piano di monitoraggio dei PFAS negli anni 2022, 2023, 2024 e 2025. Poiché mancavano dati sufficienti su molti alimenti, l’UE ha chiesto controlli più ampi e precisi, includendo non solo il cibo, ma anche mangimi, acqua per gli animali e suolo. Il monitoraggio doveva riguardare molti prodotti di consumo comune, compresi alimenti per bambini, frutta, verdura, cereali, prodotti animali e bevande.
  2. I PFAS da ricercare in via prioritaria: PFOS, PFOA, PFNA e PFHxS. Questa richiesta nasceva dalla constatazione riportata nel parere EFSA del 2020, secondo cui una parte della popolazione europea supera già la dose settimanale tollerabile per quattro PFAS: PFOA, PFOS, PFNA e PFHxS. I bambini sono i maggiormente interessanti a questo fenomeno e la quota dei più piccoli a livello di consumo elevato supera in maniera rilevante la dose tollerabile settimanale EFSA.
  3. Alcuni stati europei hanno risposto in modo molto efficace alla richiesta: Francia, Germania, Danimarca e Paesi Bassi nel 2023 hanno prodotto complessivamente quasi 2.900 campioni rivelando una contaminazione diffusa. Tra tutti i campioni raccolti, il 69% dei pesci, il 55% delle frattaglie, il 55% dei molluschi, il 39% delle uova, il 27% dei crostacei, il 23% del latte e il 14% della carne contenevano almeno uno dei 4 PFAS regolamentati.
    (Vedi: Documento Sintesi Générations Futures in fondo a questo articolo)
  4. Il Ministero della salute italiano, che trasmette i dati all’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) ed è l’ente responsabile del monitoraggio a livello nazionale, secondo quanto riportato dal recente rapporto di Greenpeace (https://www.greenpeace.org/italy/rapporto/30930/pfas-nel-cibo-litalia-rimane-indietro-con-monitoraggi-e-analisi/) per l’anno 2023 avrebbe raccolto 147 analisi in totale e nel 2024 appena 24,. Di queste 147 analisi 18 provenivano dal Veneto, cioè la regione che ha al suo interno una delle aree di maggiore contaminazione industriale da PFAS con centinaia di migliaia di persone interessate all’esposizione!
  5. Il Ministero nel 2024 ha raccolto solo 24 analisi ma in realtà la Regione Veneto aveva effettuato 114 test sui PFAS che sono stati consegnati a Greenpeace solo dopo una richiesta di accesso civico ai dati. In 37 di questi campioni (circa il 32%) sono state rilevate tracce di PFAS.
  6. Nel Veneto la difficoltà non riguarda soltanto la quantità dei controlli, ma anche l’accesso ai risultati delle analisi. In più occasioni i dati sono rimasti a lungo non pubblici e sono stati resi disponibili solo dopo richieste ufficiali di accesso agli atti o addirittura l’intervento del TAR del Veneto. Infatti, la popolazione che vive nelle zone del Veneto contaminate dai Pfas aveva chiesto di conoscere ripetutamente (per ben 4 anni) gli esiti dei monitoraggi eseguiti dalle autorità 2016-17 nei comuni dell’area rossa. L’associazione Mamme NO PFAS e Greenpeace sono riuscite ad avere accesso ai dati analitici completi e alla georeferenziazione delle matrici analizzate riguardanti il “Piano di campionamento degli alimenti per la ricerca di sostanze Perfluoroalchiliche” eseguito dalla Regione Veneto solo in seguito alla sentenza del TAR del Veneto, (8 aprile 2021) che ha definitivamente accertato l’illegittimità del comportamento regionale.

Dai vari punti esposti sopra, emerge per l’Italia un quadro complessivamente critico. La scarsità dei dati italiani non può essere interpretata e divulgata come assenza di contaminazione o di rischio, ma appare soprattutto come il risultato di un monitoraggio insufficiente, frammentato e poco trasparente, non adeguato alle indicazioni dell’Unione europea e di una nazione che ha a cuore la salute dei propri cittadini.

Il confronto con Francia, Germania, Danimarca e Paesi Bassi è significativo: nel 2023 questi Paesi hanno raccolto complessivamente quasi 2.900 campioni, mentre in Italia la maggior parte delle Regioni ne ha comunicati meno di dieci e, per il 2024, molte non ne hanno comunicato alcuno. Particolarmente grave è il caso del Veneto, dove, nonostante l’avvio di specifici piani di monitoraggio nelle zone rossa e arancione, i risultati non sono ancora pubblicamente disponibili nel 2026.

L’Italia non ha trasmesso i dati nel 2023 e nel report di Generations Futures si legge testualmente: “Sorprendentemente, non è stato individuato alcun dato proveniente, ad esempio, dalle autorità spagnole, italiane o belghe”. Per l’Italia, questa assenza è ancora più sorprendente: il Paese convive da anni con uno dei più vasti hotspot europei di contaminazione da PFAS nelle acque sotterranee, con centinaia di migliaia di persone interessate all’esposizione. In questo contesto, la mancanza di dati ufficiali italiani sugli alimenti non può essere letta come una semplice lacuna tecnica, ma come un grave problema di sorveglianza nazionale. Il punto critico non è tanto l’Europa, quanto l’insufficienza dell’azione delle autorità italiane nel monitorare, documentare e rendere disponibili dati adeguati sulla contaminazione alimentare da PFAS.

Nel caso del Veneto emerge inoltre un problema ricorrente di trasparenza. I risultati delle analisi non vengono resi disponibili in modo tempestivo e facilmente accessibile, e i cittadini sono spesso costretti a ricorrere a richieste normali di accesso agli atti o, in alcuni casi, al TAR del Veneto per poterli ottenere. Si tratta di una prassi che alimenta l’impressione di una gestione poco trasparente delle informazioni e ostacola il diritto dei cittadini a conoscere la reale situazione della contaminazione.

Questo comportamento indebolisce la fiducia nelle istituzioni e rende più difficile una valutazione indipendente della contaminazione e dei possibili rischi per la popolazione.

Alla difficoltà di rendere noti i dati si aggiunge un altro elemento ricorrente nella comunicazione della Regione Veneto: la tendenza a presentare i risultati in modo rassicurante e a concludere che non vi siano criticità. Un esempio è il leaflet regionale dedicato ai PFAS negli alimenti, nel quale, pur riconoscendo la presenza di PFOS e PFOA in diversi campioni e l’adozione di misure precauzionali per il pesce pescato nelle aree contaminate, si afferma che «complessivamente non sono emerse criticità sotto il profilo della sicurezza alimentare». Questa conclusione deve però essere letta con cautela. Essa si basa su un numero limitato di analisi e sui parametri EFSA 2018 allora disponibili, successivamente sostituiti dalla valutazione EFSA del 2020, molto più restrittiva.

La valutazione di non criticità basata sul mancato superamento dei limiti di legge nei singoli campioni non descrive adeguatamente il rischio alimentare. I limiti massimi si applicano infatti alle singole matrici, mentre la TWI EFSA riguarda l’esposizione complessiva derivante dalla somma di tutti gli alimenti e dell’acqua consumati nel corso della settimana. La stessa analisi ISS (2019) sulla Zona B mostra che il PFOS proviene contemporaneamente da numerose fonti, con contributi particolarmente rilevanti di uova, pesce, carne, frutta e acqua. Ne consegue che una dieta composta da alimenti individualmente conformi può comunque determinare un’esposizione cumulativa prossima o superiore alla TWI, soprattutto nei consumatori a livelli elevati. Inoltre, il
rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità del 2019 utilizzava valori di dose settimanale tollerabile oggi non più validi. Le valutazioni del 2019 erano infatti basate sulla precedente TWI del solo PFOS, mentre l’attuale valore EFSA, pari a 4,4 ng/kg di peso corporeo/settimana, si applica alla somma di PFOS, PFOA, PFNA e PFHxS. Pertanto, l’assenza di superamenti rispetto ai limiti o ai valori di riferimento dell’epoca non può essere automaticamente interpretata come assenza di rischio, soprattutto in una popolazione già fortemente esposta e in presenza di sostanze persistenti e bioaccumulabili. E quando finalmente saranno divulgati i dati ancora non noti la valutazione andrà fatta sulla base dei nuovi limiti EFSA.

In queste condizioni, affermare che i dati non mostrano segnali di allarme è fuorviante: quando si cerca poco, in modo disomogeneo e non sistematico, si tengono nascosti i dati per anni, lasciandone invecchiare l’importanza sanitaria, e si rassicura sulla base di valutazioni dell’introito settimanale e di dosi settimanali tollerabili ormai superate, ciò che emerge non è sicurezza, ma una grave debolezza della sorveglianza sanitaria e ambientale e la volontà di escludere i cittadini dalla partecipazione consapevole al proprio percorso di salute ambientale.

In particolare, nelle aree a maggiore esposizione, ma anche in quelle a contaminazione di fondo, sarebbe necessario conoscere:

  • quali e quanti alimenti siano stati campionati;
  • quali PFAS siano stati ricercati;
  • in quali comuni e aziende;
  • le concentrazioni rilevate;
  • il numero di risultati sotto il limite di quantificazione;
  • la valutazione dell’esposizione per adulti e bambini.

Devono essere resi noti anche i metodi analitici usati. I risultati sotto il limite di quantificazione permettono di capire quanto il laboratorio fosse realmente in grado di misurare. Un campione indicato come “non quantificabile” non significa necessariamente assenza di PFAS: può significare che la sostanza era presente, ma a una concentrazione inferiore alla capacità di rilevarla del metodo.

Per interpretare correttamente i dati bisognerebbe quindi conoscere:

  • il limite di rilevabilità, LOD;
  • il limite di quantificazione, LOQ;
  • il metodo analitico utilizzato;
  • l’elenco completo dei PFAS ricercati;
  • le modalità di trattamento statistico dei valori inferiori al LOQ;
  • l’incertezza di misura;
  • le procedure di campionamento, conservazione e preparazione dei campioni.

Questi elementi sono indispensabili anche per confrontare dati prodotti da laboratori diversi o in anni diversi. Un numero elevato di risultati “non quantificabili” può apparire rassicurante, ma può dipendere da limiti analitici troppo alti. Per questo non basta sapere quanti campioni sono risultati positivi o negativi: bisogna sapere anche con quale sensibilità sono stati cercati i PFAS.

Senza queste informazioni non è possibile verificare in modo indipendente il rischio alimentare né adottare misure preventive proporzionate. Inoltre, questi dati dovrebbero essere letti tenendo conto anche delle altre possibili fonti di esposizione: acqua potabile, aria, polveri domestiche, suolo, prodotti tessili e abbigliamento, arredamenti, materiali a contatto con gli alimenti, cosmetici, dispositivi medici e farmaci, etc. Solo integrando le diverse vie di esposizione è possibile ottenere un quadro più realistico del carico complessivo di PFAS sulla popolazione.

LINK:

Rapporto PFAS alimentation Générations Futures in francese
Greenpeace report PFAS alimenti monitoraggio in Italia

La sintesi in italiano del rapporto PFAS Alimentation Générations Futures:

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